Plebisciti

Ho sempre trovato curioso che nei manuali di storia e nella memoria collettiva, quando si tratta di Risorgimento, si passi dalla guerra del 1859 all'impresa dei Mille, sorvolando su quei plebisciti che si tennero l'11 e il 12 marzo 1860 nelle Romagne (Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì), a Parma, Modena e Toscana: quei plebisciti furono il grimaldello politico-giuridico che consentì la proclamazione del Regno d'Italia il 17 marzo 7861.

E siccome la formazione di un regno unitario italiano fu un risultato che le diplomazie europee proprio non avevano previsto, mi pare doveroso ricordare come un gruppetto di emiliani e romagnoli, sudditi fino al 1859 del papa, contribuì alla grande a mandare all'aria i giochi diplomatici di mezza Europa.

Intanto bisogna ricordarsi che da circa quattrocento anni lo Stato della Chiesa si metteva di traverso ad ogni progetto unificante della penisola, chiamando a sua difesa il re o imperatore cattolico di turno. Negli anni cinquanta del secolo XIX i “protettori” del potere temporale papalino erano due: l'impero austriaco, (che aveva truppe a Ferrara, Bologna, Ancona) e la Francia di Luigi Napoleone Bonaparte, che aveva fatto fuori la Repubblica Romana, e rimesso sul trono il papa nel 1849.

Il conte di Cavour, che sapeva come Luigi Napoleone Bonaparte (divenuto imperatore dei francesi nel 1852) smaniasse per fare diventare la Francia potenza egemone in Italia al posto dell'Austria, lo convinse ad aiutare il Regno di Sardegna, nel caso  l'Austria asburgica avesse dichiarato guerra al regno sabaudo.

Comunque il conte, mentre tesseva con Napoleone, continuava a tessere, con esponenti di tutte le varianti politiche italiane: liberali moderati e progressisti,cattolici liberali e perfino democratici repubblicani in crisi politica dopo i disastrosi moti mazziniani del 1853.

Per questo finse, il conte tessitore, di non accorgersi che, nella Torino rifugio di patrioti italiani, nel 1857 si fosse costituita la Società Nazionale Italiana, per sostenere il progetto politico “Italia e Vittorio Emanuele”, e che per farlo, zitta zitta, cioè clandestinamente, stesse radunando tra le sue fila liberali di tutte le sfumature e democratici repubblicani disposti a rinunciare alla repubblica per avere l'unità (e quel birbaccione in camicia rossa di Garibaldi ne era pure diventato vicepresidente!), perché tutti convinti che “... alla Indipendenza e Unificazione dell'Italia sia necessaria l'azione popolare italiana; utile a questa il concorso governativo piemontese...”. La Società Nazionale preparò, clandestinamente, gruppi di volontari per la futura guerra e di cospiratori per abbattere i governi degli stati italiani al momento “giusto” e alla faccia degli accordi con Napoleone III.

Quei birbantelli della Società Nazionale si organizzarono anche nelle legazioni pontificie delle Romagne. A Bologna si formò il Comitato rivoluzionario che, innanzittutto, dovette convincere i democratici romagnoli iper repubblicani ad aderire...: fu faticoso, ma alla fine si riuscì a mettere insieme una strategia condivisa: raccogliere adesioni di volontari (confluiranno ne I Cacciatori delle Alpi di Garibaldi); fare incetta di armi e trovare depositi per queste; organizzare esercitazioni militari mascherate da scampagnate; coinvolgere i moderati e i delusi del governo papalino; sondare la disponibilità delle guarnigioni pontificie a sostenere governi provvisori; l'insurrezione avrebbe dovuto essere senza... spargimento di sangue. Per vari motivi: non spaventare i moderati; dimostrare di avere  sostegno popolare e universale e di essere così legittimi rappresentanti del popolo. E a chi bisognava dimostrare tutto ciò? Alle diplomazie e alle opinioni pubbliche europee, soprattutto quella cattolica francese, che sosteneva Napoleone III da quando questi aveva fortemente contribuito a riconsegnare al papa il potere temporale.

Nella primavera del 1859 l'azione propagandista della Società Nazionale aveva ormai convinto i più che il governo papalino fosse una anticaglia da buttare. Quando il 27 aprile iniziò “la seconda guerra d'indipendenza” , la Toscana fece sloggiare il suo granduca di asburgica famiglia, mentre le legazioni se ne stettero buone: l'unica attività “rivoluzionaria” fu la partenza alla luce del sole dei volontari; concretamente, a Bologna e nelle altre città, si formarono Giunte con esponenti dei vari orientamenti politici per sostituirsi ai delegati del papa, al momento “giusto”, L'attesa di questo momento continuò, non senza impazienze dei romagnoli fino a quando la guarnigione austriaca di Bologna fu richiamata a dare man forte alle truppe austriache, sconfitte a Magenta il 4 giugno. Gli austriaci sgombrarono da Bologna la notte del 12 giugno 1859.

Il 12 mattina, gli aderenti alla Società Nazionale presero possesso dei punti strategici (porte, carceri, uffici governativi), la folla si radunò in Piazza Maggiore; la Giunta rivoluzionaria si recò a Palazzo d'Accursio per issare il tricolore; vedendo tutta quella gente in piazza e preso atto che parte della guarnigione papalina era dalla parte dei manifestanti, il Cardinale Legato (cioè il rappresentante del papa), fece le valigie. La notizia corse lungo la via Emilia e , il giorno dopo, nelle città romagnole le Giunte rivoluzionarie replicarono il pacifico copione bolognese. Ferrara fu l'ultima a sostituire il governo papale, perché gli austriaci sgombrarono il 20 giugno. La Giunta di Bologna fu riconosciuta rappresentante di tutte le giunte delle legazioni ed offrì a Vittorio Emanuele II la dittatura delle Romagne, come i ducati di Parma e Modena, che avevano già fatto sloggiare i loro duchi.

Il papa non la prese bene: scomunicò gli insorti e spedì le guardie svizzere a dare una lezione ai perugini che avevano imitato le Romagne: finì in un massacro. Il papa protestò assai vivacemente anche con la Francia e questo accese l'ostilità dell'opinione pubblica francese verso la guerra. L''11 luglio, giunse a Bologna D'Azeglio, inviato dal governo sardo come Commissario per le Romagne: quello stesso giorno, a Villafranca, gli imperatori di Francia e Austria, si accordarono sui preliminari di pace.

Una mazzata per la sofisticata costruzione diplomatico- militare-insurrezionale escogitata da Cavour: l'Austria avrebbe ceduto la Lombardia alla Francia che l'avrebbe girata al Regno di Sardegna, ma Toscana, Modena e le legazioni dovevano tornare ai precedenti sovrani, però senza intervento militare di alcuno. Infine l'Italia sarebbe stata riunita in una confederazione presieduta dal papa;  proposta politica fallita nel 1848.

Nello sconcerto generale gli uomini che guidavano gli ex- ducati, le ex-legazioni, l'ex-granducato di Toscana risposero ignorando Villafranca. D'Azeglio, prima di tornare a Torino indisse l'elezione dell'assemblea costituente e fece schierare 8000 volontari a Cattolica: le guardie svizzere erano avvisate.

Mentre cominciavano i preparativi per la conferenza di pace, i governi provvisori delle Romagne, di Parma, di Modena, della Toscana attuarono una politica parallela:

  1. elezione di assemblee (agosto - Inizio settembre) che in Toscana, a Parma a Modena dichiararono decadute le dinastie regnanti fino ad allora, quella delle Romagne dichiarò decaduto il potere temporale del papa; tutte deliberarono l'annessione al Regno di Sardegna, Vittorio Emanuele II, ovviamente ringraziò, ma non prese impegni.
  2. il 10 agosto   testardemente diedero vita alla Lega militare dell'Italia Centrale con l'istituzione di un esercito al cui comando fu chiamato (con qualche mal di pancia emiliano) quel birbaccione di Garibaldi, che poi fu retrocesso a vice-comandante, per fare posto al meno mazziniano Fanti... Nel giro di pochi mesi si misero insieme circa 45,000 effettivi.
  3.  Il 28 settembre, per chiarire ulteriormente le loro idee, Ricasoli per la Toscana Farini per Parma e Modena, Cipriani, Audinot, Minghetti per le Romagne a Loiano, decisero l'unione doganale e l'adozione della lira piemontese: insomma avanti tutta con la politica dei fatti compiuti.  

Le diplomazie continuarono a non capire: allora, mentre si apriva la conferenza di pace a Zurigo, le assemblee di Parma ,Modena, Romagne e Toscana deliberarono la reggenza del principe Eugenio Carignano-Savoia (6 novembre) ; il che agitò il mondo diplomatico.  La soluzione la trovò il conte tessitore: il principe avrebbe dichiarato di non potere accettare per motivi di politica estera, ma nominava come suo rappresentante Boncompagni ”Governatore delle province collegate dell'Italia centrale” , mentre, Farini diventava “dittatore” delle “Province provvisorie” cioè Parma, Modena, Romagne (9 novembre). Un pasettino in più per allontanarsi dal passato.

A Zurigo (10-11 novembre) fu meticolosamente definito il passaggio della Lombardia al regno di Sardegna; ribadito il diritto al trono dei sovrani spodestati, auspicata una confederazione italiana e consigliato al papa di fare riforme: di possibili interventi militari per riportare l'ordine, nisba.. In concreto: a parte la  Lombardia al regno sabaudo,tutto bla-bla.

E poi, che fine aveva fatto il progetto napoleonico di una supremazia francese sull'Italia? Svanito. Perché, visto che al Regno di Sardegna era finita la sola Lombardia, mica poteva esigere, Napoleone, la Savoia e Nizza, come previsto negli accordi di Plomnières! E il conte tessitore ancora a tessere: fece presente all'Inghilterra che, ridotto il ruolo dell'Austria, forse conveniva al governo britannico che nella penisola ci fosse uno stato consistente ai confini colla Francia; a Napoleone fece notare che se voleva mostrare alla sua opinione pubblica qualche risultato si poteva fare un baratto: la Francia prendeva atto di quei non-capiti di emiliani, romagnoli e toscani e il Regno di Sardegna manteneva l'impegno di cedere la Savoia e Nizza. Con dei bei plebisciti, che : prima si sarebbero tenuti in Italia, poi in Savoia e a Nizza. In fondo  Napoleone era diventato imperatore con un plebiscito e ogni tanto ne faceva uno, per ri-legittimare il suo potere... poteva anche concederne uno agli italiani e prendersi, sempre per volontà popolare, quelle tre - quattro centinaia di chilometri quadrati che gli servivano per mettere il confine al crinale delle Alpi e degli Appennini. E le prevedibili proteste del papa? Cominciò a circolare, su giornali vicini a Napoleone III, la tesi che il potere temporale del papa non fosse strettamente legato ad una quantità pre- stabilita di territorio: insomma s'accontentasse di quel che passava la real politik.

Ci vollero un tre mesetti per preparare i plebisciti: propaganda a tutto spiano per l'annessione e una scheda così concepita: “Annessione” o “Governo separato” . Dopo tutto l'ambaradan da luglio a novembre, “governo separato” non significata niente. Ed annessione fu: plebiscitaria, ovviamente.

11 marzo 2010

Plebisciti