Diavolo d’un borgo!!!
Ci risiamo! Quel diavolo d’un borgo del “Borgo del Diavolo” ha colpito di nuovo! Sembrava una sfda quasi impossibile da superare, eppure è andata. Dai più oscuri meandri delle segrete di castelli quasi diroccati, attraverso moderne interpretazioni delle più oscure rivelazioni ermetiche degli alchimisti cinquecenteschi, tra formule matematiche ed oscuri presagi scanditi dal verso di crudeli rapaci in cattività, il Borgo ha estratto il proverbiale coniglio dal cappello a cilindro.
Stimolati dall’entusiasmo di poter aderire alla VII Festa della Storia ”sulle spalle del Gigante” in quanto invitati uffcialmente alla collaborazione dell’illustre Professor Rolando Dondarini (docente di storia medievale presso l’Università degli Studi di Bologna), nonché a seguito di precedenti accordi con l’Amministrazione locale del Comune di Argelato (leggi, con gratitudine da esternare loro, Sig. Sindaco ed Assessore alla Cultura Dr. Borghi), gli appartenenti al Borgo del Diavolo hanno allestito presso Villa Beatrice in Argelato, dal 15 al 24 ottobre, una mostra intitolata “ARS COQVI-NANDI”, ovvero dell’arte del cucinare ed apparare banchetti per nobili signori.
Al di là delle comprensibili diffcoltà di reperire l’oggettistica necessaria per guarnire una tavola nobile dei primi anni del 1500, era apparso subito evidente che lo scoglio maggiore era dare all’insieme una sua coerenza di fusso logico nell’ottica di una immobile esposizione di arredi e di suppellettili ed arnesi da cucina. Ed eccolo il coniglio spuntare dal cappello: cosa meglio della drammatizzazione di un banchetto nobiliare con ospite, invitati, addetti alla mensa, gestualità ed etichette in vigore in quel momento storico, musiche di contorno, ricette d’epoca e giullari ad accompagnare il pasto del nobil signore, il tutto di fronte ad un pubblico che assistesse come a teatro alla rappresentazione in atto, potevano dare a tutti l’esatta dimensione di quello che la mostra voleva signifcare? E così è avvenuto. Alla presenza di un folto pubblico, che mai si sarebbe sperato di radunare per una manifestazione come questa, la sera del 15 ottobre, nella sala del camino di Villa Beatrice, il tempo si è davvero fermato e retrocesso ad una lontana sera della prima metà del 1500, in occasione di una cena voluta da un nobile signore del luogo per accaparrarsi i favori di importanti funzionari rappresentanti del potere costituito. Nel silenzio totale è apparso dal nulla e improvvisamente uno Scalco generale che, con secchi ordini alle fantesche, ha ultimato l’apparecchiatura della tavola per gli illustri convitati che hanno poi gustato, nei loro costumi d’epoca e serviti da uno stuolo di addetti alla mensa, le portate che lo stesso Scalco inizialmente declamava per illustrarne la preparazione e che un altrettanto abile Trinciante provvedeva ad impiattare con eleganza e precisione. Il tutto, nella più possibilmente precisa realtà rinascimentale che il Borgo del Diavolo ha tentato di resuscitare. Non sappiamo se il risultato sia apparso ai più come l’abbiamo percepito noi. Speriamo di sì. Noi davvero ce l’abbiamo messa tutta, sia nella puntigliosa ricostruzione delle apparecchiature, sia nel percorso didascalico che è stato creato per condurre il visitatore, con semplicità ed immediatezza, tra le pagine dei libri scritti da coloro che sono considerati, a ragione, i padri dell’arte della cucina italiana e della formalità dell’etichetta e dell’arte conviviale. Vogliam dire che Cristoforo da Messisbugo e Bartolomeo Scappi stanno alla storia della culinaria come Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti stanno a quella dell’arte. Di essi, abbiamo tentato di tradurre in atti, movimenti, impostazioni ed atteggiamenti, quei dettami che ci vengono dalle pagine dei loro libri scritti nel XVI secolo; Da questi abbiamo tratto immagini e stampato manifesti che riportavano ricette, nonché silografe e riproduzioni di apparecchiature e di strumenti in uso all’epoca, per l’espletamento degli uffci culinari.
Riproduzioni di addetti alle cucine, di serventi alla mensa, ciascuno nelle proprie competenze, di attrezzi atti allo scopo, quali coltellerie, più o meno inusitate, e ancora paioli, setacci ed ogni altro marchingegno più o meno conosciuto, hanno tentato di condurre il visitatore in un mondo per i più non noto. La stampa in gigantografa di tre ricette per ciascuno degli autori citati ha sicuramente destato, dopo una prima, scontata curiosità, un interesse a voler approfondire quanto in esse contenuto. E di tutto questo apparato, che con ansia abbiamo rappresentato di fronte a tanto e siffatto pubblico, ci è rimasto l’orgoglio di avere
affrontato una nuova prova che ci ha messi in gioco tutti, dal primo all’ultimo iscritto del Borgo del Diavolo. Certo, sembra facile parlarne a mente fredda, ma quella sera, miei cari signori, sotto l’occhio attento del Signor Sindaco e dell’Assessore Dr. Borghi, che possono averci perdonato qualche errore in nome di una benevolenza dovuta alla collaborazione che intrattengono con noi, ma soprattutto di fronte a quello, sicuramente e giustamente più critico e ben rodato, nonché aduso ad emettere giudizi di merito in ambito storico, del Professor Dondarini, ebbene quella sera, miei cari signori, la tensione si tagliava col coltello dietro le quinte della nostra rappresentazione. E non c’era trinciante che tenesse! Si cercavano disperatamente gli stecchi per l’accensione delle candele, le ciotole per la zuppa: “Dove sono i cucchiai, caspita! - o, ancora - Ti vuoi spicciare con quei pezzi di fagiano? Ma è colpa mia se il microonde ci mette 80 secondi per scaldarlo? Se ci soffavi sopra facevamo prima a scaldarlo! Smettetela di mangiare voi, basta così!” Con quei grandi gesti lanciati ai commensali che pensavano davvero di poter rimanere seduti di fronte a tutti per gustarsi fno in fondo i manicaretti che erano stati loro serviti: “Basta!” Via i piatti! Avanti con i manili per il lavaggio! Tu taci, che ti si sente dall’androne! E allora prenditelo da solo il forchettone! Però è buona questa porchetta! Finiscila di mangiare, aspetta almeno al termine della manifestazione, ma, già, questo se non assaggi schiatta!”
Di tal fatta, se non proprio questo, era il tenore delle discussioni che si accendevano, appunto, dietro le quinte. Ma la magia ha compiuto il miracolo e tutto si è incanalato perfettamente a dispetto dei nostri dubbi e delle nostre preoccupazioni. E tutto è flato come in discesa sino alla fne del percorso. E ci è rimasto dentro un sentimento dispiaciuto per aver terminato la nostra rappresentazione che contrastava con l’ansia di prima. Era rimasta cioè la voglia di continuare chissà per quanto nella rievocazione, perché ciascuno si stava ritrovando nella propria parte, voleva sino in fondo gustare quella che per noi è davvero una magia, che “provar può sol colui che a questi eventi è avvezzo”. Quell’aura sottile cioè che si insinua, prima labile, poi sempre più imperiosa e potente, tra le pieghe del tuo “io” e che ti fa dimenticare chi sei, qual è il tuo lavoro, in che anno siamo, come ti chiami davvero e che è il muro portante, la colonna, o come volete chiamarla, che trasfgura chi in queste rievocazioni ci crede davvero. Si annulla l’aspetto contemporaneo sia spirituale che materiale, per assumere una dimensione reale parallela che libera lo slancio ad una altrettanto reale personalità. E questo, credetemi, bisogna provarlo, perché a parole è diffcile da spiegare. Ma io lo reputo semplicemente fantastico.
A metà del 1200, Ruggero Bacone, che oltre ad essere flosofo aristotelico era anche frate francescano, se pure molto spesso ce ne dimentichiamo, asseriva: “Senza l’esperimento nulla è noto a suffcienza”.
Con tutte le nostre debolezze e manchevolezze, ma con spirito adeguato, credo che a questo abbiamo adempiuto. Grazie per l’attenzione e la benevolenza.
Il Borgo del Diavolo
Il Borgo del Diavolo sente il dovere di rivolgere il più sincero e caldo ringraziamento a coloro che hanno permesso la realizzazione di questo evento. Vogliamo in particolare esternare la nostra gratitudine a: ConCreta di Afra e Walter Ferrari di Susti-nente (MN), esperti nell’antica tecnica di lavorazione del legno e dell’argilla, che ci hanno fornito le splendide ceramiche graffte rinascimentali, nelle quali è apparsa evidente tutta la loro maestria nella fabbricazione delle suppellettili presentate alla mostra, frutto di un lunghissimo studio di tecniche antiche e di ricerca di metodologie artigianali. Copisteria ELIO BE.MO. di Monica Bentivogli, San Pietro in Casale (BO), che ha saputo riprodurre con grande professionalità le immagini silografche prese da antichi testi, rendendone e ricreandone l’atmosfera primitiva, esaltandone le monocromaticità e l’austerità con una sapiente sensibilità artistica unita ad una ben consolidata tecnica operativa
29 marzo 2011
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