E FU ANCORA BORGO DEL DIAVOLO!
L’abbiamo sperato, abbiamo dubitato, ci siamo guardati in faccia, abbiamo disperato, ci abbiamo nuovamente creduto, ci siamo riusciti: domenica 22 maggio 2011, in quel di Quattro Castella, nelle terre che dal 1111 furono dominio di Matilde di Canossa, il Borgo del Diavolo ha conquistato per la seconda volta il Palio di Cucina Storica con un successo che non lascia spazio a dubbi. Infatti, con il punteggio di 41/42, ad un punto quindi dalla perfezione, quello splendido drappo che per alcuni mesi avevamo lasciato in custodia alle autorità civiche di Argelato è ritornato a casa, simbolo del coronamento degli sforzi congiunti di tutti noi, senza distinzione di sesso o di età, senza distinzione di ruoli o competenze, ma suggello dell’impegno che ciascuno ha profuso per il raggiungimento di un obiettivo così importante. Siamo ritornati a casa felici del successo, ma con una punta di amarezza che ha fatto capolino nei nostri sentimenti, il disappunto cioè di un successo così faticosamente conseguito per la seconda volta ma fuori dalle mura di casa, fuori dalla nostra terra, senza il contatto fisico della nostra gente, come una squadra che giochi in trasferta.
Questo ci è mancato davvero, l’avere gioito tra di noi senza poter condividere il momento della vittoria con coloro che avremmo voluto avere vicini per sostenerci e darci fiducia: Ma tant’è. Difficoltà di vario genere non hanno permesso di potere svolgere questo Palio nel nostro territorio ed abbiamo dovuto cercare altrove per mantenere il nostro impegno, quello cioè di organizzare la manifestazione 2011 essendo detentori del trofeo 2010; postilla, questa, irrinunciabile e prevista dalle norme del regolamento vigente. Ma, alla fine, quello che conta è il risultato, e quello non è mancato davvero. Affermare che l’organizzazione di questo evento abbia assunto, a tratti, dimensioni da esodo biblico, non è affatto azzardato, anzi! Sono state traslocate alcune tonnellate di materiale dalla nostra sede sino alle pendici sovrastate dal Castello di Bianello, all’ombra del quale abbiamo allestito un campo al gran completo, fidando nella forza fisica dei nostri iscritti, femmine o maschi che fossero, in gran copia; abbiamo allestito quattro tende, abbiamo trasferito una intera batteria di artiglierie, armi in asta e alla mano, archibugi, l’intera cucina da campo con griglie e calderoni, che è così egregiamente servita a preparare i pasti che abbiamo consumato per tre giorni sotto i velari e che, soprattutto, è servita a preparare il piatto della vittoria.
Sempre all’interno del nostro campo abbiamo poi allestito, sotto un grande velario, una mostra didattica con 42 tavole giganti che abbiamo voluto intitolare: “In punta di spada e di forchetta nell’Italia del XVI secolo”, per dare evidentemente un senso (perché no, anche culturale) ad una manifestazione che poteva risultare forse troppo per addetti ai lavori. Abbiamo offerto al pubblico un percorso col quale ci si è potuti rendere conto di quale fosse la vita agli inizi del 1500, tra guerre e cibo, tra grandi avvenimenti storici e piccoli oggetti della vita quotidiana, di quanto fosse importante una picca o una spada e di quanto lo fosse un coltello per disossare un prezioso e succulento pezzo di carne, di quanto fosse importante l’esatta dose di polvere per caricare un cannone e di quanto lo fosse la preparazione ed il tempo di cottura per rendere appetitoso un volatile. Di tutto questo ci dobbiamo vantare, non di avere vinto, ma di avere dato tutti il massimo, di avere tutti remato nella stessa direzione, di avere tutti quanti contribuito, secondo le proprie inclinazioni e capacità, a raggiungere questa vittoria.
E pensare che gli avversari erano davvero agguerriti! Sei gruppi provenienti da svariate parti d’Italia erano convenuti con lo scopo, ovviamente, di strapparci il titolo. Lotta sempre cavalleresca, comunque, dura ma tra gentiluomini, perché nel mondo dei rievocatori storici sono fortunatamente ancora vigenti delle regole non scritte, ma che pongono il rispetto dell’avversario e la correttezza al primo posto. Assai ce ne sarebbe da imparare nel nostro mondo per tanti responsabili di associazioni e di gruppi di altro genere! Avversari agguerriti dunque, e giuria tecnica chiamata a giudicare formata da membri di altissimo profilo e spessore. Voglio ricordare il Prof. Rolando Dondarini, docente di storia medievale all’Università di Bologna e la Prof.ssa Beatrice Borghi, parimenti docente di storia presso la medesima Università, che hanno dovuto giudicare della storicità della ricetta proposta, dei suoi ingredienti e del contesto nel quale la vivanda è stata servita; il Sig. Giancarlo Casoni, chef del ristorante “Il Capolinea” di Castelnuovo Monti, che ha dovuto giudicare il piatto nella sua sostanza più squisitamente culinaria e le si
gnore Arianna Olivieri di Modena e Mariagrazia Sancini di Reggio Emilia che, in veste di giudici popolari, hanno dato un giudizio cosiddetto emozionale, valutando l’impatto sia visivo che emozionale, appunto, ricevuto dalla ricostruzione storica cui stavano assistendo. Questi sono stati i nostri giudici, di fronte ai quali un drappello di bercianti soldatacci di ventura guidati dal loro capitano sono giunti al campo e si sono gettati sul desco con lazzi e screzi, con Vipera l’astuto, con Lupo sempre scatenato, con i litigiosi Alemanno e Cinghiale, piantando pugnali nella frutta e anche sui tavoli, trangugiando vino a garganella da corni e calici, senza tema, gettandosi l’un l’altro pezzi di cibo, rumorosamente fronteggiandosi per guadagnarsi le grazie di una delle lascivie fanciulle al seguito di questa masnada, senza remore di sorta e facendo rivivere nel modo più realistico possibile un momento della giornata in un campo mercenario degli inizi del 1500. Lo scalco del campo ha declamato la ricetta presentata ed il trinciante, con grande professionalità, ha fatto a pezzi quel pollo disossato… ed anche i nostri avversari! Giunti a questo punto, sono di prammatica i ringraziamenti e le riflessioni finali, ovviamente tra il serio ed il faceto, come è nostro costume. Grazie a tutti i giovani del Borgo del Diavolo ed ai diversamente giovani (che se li chiami vecchi od anziani si alterano come le tigri indiane delle paludi del Vindhjias) per la splendida collaborazione e l’attaccamento al gruppo che hanno dimostrato. Grazie ai nostri tanti saggi del Gruppo, che ci hanno fatto capire una cosa molto importante che vorrei riassumere in due parole: di questi tempi tanto si è giocato sui termini passato, presente e futuro: ci voglio giocare anch’io per spiegare il concetto di cui sopra. Io penso che il presente del Borgo del Diavolo abbia un futuro proprio perché sa imparare dal passato. Come dicono i puri di spirito.
Ultima cosa, poi me ne vado. Nell’ultimo numero del giornalino “Foglio Aperto” avevamo espresso il desiderio di poter scrivere per mille volte il nome del nostro Borgo dietro quel Palio tanto agognato. Siamo a buon punto. Ne mancano, in fondo, soltanto novecentonovantotto. Con profondo rispetto. (p.s. per i nostri avversari: la coreografia per il 2012 noi l’abbiamo già pronta!)
Dal Borgo del Diavolo Marco Govoni
16 luglio 2011
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