Pausa di rifessione
Di norma, nel corso delle proprie attività, l’uomo è portato spesso a volgere il proprio sguardo all’ indietro per qualche attimo: vuoi per valutare il suo operato sino a quel momento svolto, vuoi per capire se ciò che si fa è ben fatto o poteva essere meglio eseguito, vuoi per trovare maggiore forza e vigore per portare a termine ciò che si è prefissato. Sono i momenti in cui vengono stilati brevi e concisi bilanci che danno il significato più profondo alle esternazioni materiali che l’animo anela di vedere realizzate al meglio. A seguito di queste altrettanto profonde riflessioni psicofilosofiche che possono forse spaventare un poco, molto più prosaicamente, e con motivazioni molto più legate al vivere quotidiano, anche il Borgo del Diavolo si è guardato indietro per un momento allo scoccare della prima metà di questo anno 2010, e dopo attenta riflessione, ha deciso di stappare bottiglie di buon vino e di brindare con tutti i suoi componenti ed in allegria a due successi che lo hanno molto inorgoglito. Il primo motivo di orgoglio viene da quello che noi riteniamo un successo inaspettato nelle sue proporzioni: la mostra organizzata a primavera dal Borgo del Diavolo presso Villa Beatrice, in Argelato, intitolata : “I Lanzichenecchi al tempo di Giovanni de’ Medici”. Grazie all’ appoggio del Comune di Argelato e alla collaborazione delle associazioni che nella villa hanno il loro punto di riferimento (Associazione Beatrice e Centro Sociale Villa Beatrice), siamo stati in grado di ottenere l’utilizzo di questa splendida villa per oltre un mese per la realizzazione di un grande progetto, per noi almeno grande. Da tempo infatti volevamo presentarci sul territorio con qualche iniziativa che, oltre a dare un senso alla nostra attività di attenti e puntigliosi rievocatori storici, portasse anche un messaggio di cultura e di divulgazione storica ai nostri concittadini. Progetto ambizioso, sfida forse più grande di noi (come si leggeva a tratti sui volti e negli sguardi di chi cercava di organizzare questo evento e chiedeva supporto e conforto a chi lo stava ascoltando con interesse ma forse paventava un fiasco), ma cimento che proprio per la sua difficoltà intrinseca ha stuzzicato le menti, e, questo è assolutamente fondamentale, ha infuso grande fiducia nella capacità del gruppo di organizzare e realizzare concretamente quello che, normalmente, si definisce un buon lavoro.
Abbiamo esposto nelle splendide sale affrescate di Villa Beatrice tutto ciò che i nostri Mastri artigiani hanno prodotto con il loro lavoro in tanti anni, dalle armature alle spade, dalle picche ai cannoni, dalle suppellettili agli elmi, quasi non capendo più se fossero gli oggetti in mostra a prendere nuova vita nella bellezza del luogo in cui erano esposti, o se fossero quelle sale e quei dipinti a risorgere a rinnovellato splendore traendo significato da ciò che custodivano. Si era creata una simbiosi davvero difficile da delineare nei confini dell’una e dell’altra delle realtà messe a confronto e costrette a convivere arricchendo l’una dei valori dell’altra. Abbiamo cercato di guidare il visitatore lungo il percorso della mostra attraverso diversi pannelli didascalici, tentando di portarlo alla comprensione di un momento molto complesso della nostra storia, ovvero i primi anni del 1500, o di risvegliarne l’interesse in chi, pur conoscendo tale periodo, si poteva meravigliare toccando con mano una realtà fatta di riproduzioni di oggetti ad esso riferiti. Dalla vicenda terribile del Sacco di Roma, dalla lotta tra Giovanni de’ Medici ed i Lanzichenecchi di Carlo V calati in Italia, dalle acute e spietate riflessioni di Niccolò Machiavelli, attraverso l’esposizione di armi ed oggetti riprodotti secondo i dettami ed i criteri del tempo, abbiamo cercato di creare un’ amalgama che desse un senso al nostro lavoro di ricostruzione. La nostra ambizione è stata ripagata da un successo di pubblico che ha lasciato stupiti anche i più pessimisti del nostro gruppo. Non avendo al nostro arco frecce quali distribuzioni, magari gratuite, di specialità gastronomiche alla popolazione, abbiamo avuto oltre 500 visitatori che hanno firmato il nostro registro di presenza, sul quale molti hanno riportato lusinghieri commenti, e almeno altrettanti che, secondo i nostri osservatori, non hanno firmato. Praticamente circa 1000 visitatori! C’è da andarne giustamente orgogliosi, perché davvero per noi questo è stato un grande successo. Anzi, riteniamo che questa esperienza debba essere riproposta in altre sedi sensibili del territorio nazionale, disposte a dare spazio a questa iniziativa culturale. Secondo motivo di orgoglio, ma solo in senso cronologico, è quello di esserci aggiudicati, in quel di Como, il Palio nella gara di cucina rinascimentale che ci ha visti primeggiare su otto agguerritissimi gruppi provenienti da svariate parti d’ Italia. Cimento difficile questo, dal momento che il giudizio sul piatto proposto sarebbe stato condizionato non solo dalla storicità intrinseca della ricetta realizzata, ma anche dalla riuscita della stessa, dai suoi sapori, dalle modalità di preparazione, dalla cromaticità della sua composizione per l’arrivo sulla tavola della giuria composta da membri dell’Accademia Nazionale degli Chef, e, non ultimo, dal contesto storico nel quale si sarebbero svolte la presentazione e la degustazione. Sarebbe giusto che di questo scrivesse l’artefice di questo successo, il nostro storico dell’arte della cucina, discepolo di Cristoforo da Messisbugo e di famosi scalchi rinascimentali, esperto conoscitore di erbe e di profumi, dell’arte di scalcare e trattare carni e pesci, attento nella preparazione delle MONSE e delle MENSE, ma si schernirebbe di parlarne, perché come tutti noi ritiene di avere lavorato per il gruppo e con il gruppo. A nulla varrebbe rammentargli il contegno dei giudici, quasi intimoriti e spaesati nel trovarsi a tavola immersi in una realtà storica sapientemente ricostruita in tutti i minimi dettagli. Il simbolo della vittoria, un prezioso drappo dipinto, fa bella mostra di sé nella nostra sede, e su di esso dovremo scrivere il nome del nostro Borgo e la data, perché di nuovo, nell’arco di un anno, dovrà essere rimesso in palio ed aggiudicato ad un altro vincitore. Ma in ogni caso lassù, in alto a sinistra, rimarrà il nostro nome negli anni a venire, ad imperitura memoria, come si diceva un tempo, e la speranza è quella di poter riscrivere quel nome mille e mille volte ancora. Ricostruzione e ricetta sono usciti vincenti ed il palio è venuto a casa nostra. Inutile perdere tempo nel cercare i nomi di Tizio e di Caio che hanno fatto questo o quell’altro. Nella locandina del Borgo del Diavolo non ci sono nomi di protagonisti o di prime donne. Ci sono comprimari confusi tra i ballerini di fila e i tecnici delle luci, tra i suggeritori e gli uscieri, e non è mai ben chiaro dove finiscano i compiti degli uni ed inizino quegli degli altri. Terreno poco fertile, questo Borgo del Diavolo, per chi avesse mire o ambizioni di protagonismo. Perderebbe tempo e fiato, perché in questa epoca in cui il culto della propria immagine e della persona sono i simboli del vivere quotidiano, nel Borgo troverebbe ben altra realtà, e dovrebbe adattarsi a lavorare per gli altri. In silenzio e disciplinato. E di questi tempi, scusate se è poco.
Chi ha redatto queste righe è stato ovviamente autorizzato a farlo ed a firmarsi giustamente come un
Iscritto del Borgo del Diavolo
25 luglio 2010
Foglio aperto è il periodico del Comune di Argelato. Gli articoli del giornale sono digitalizzati manualmente.
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