Federconsumatori
I mutui subprime americani e i rischi in Italia
Gustavo Tortoreto consulente Federconsumatori Bologna
Ancora in molti si chiedono cosa sta succedendo e cosa succederà con mutui in Italia e nel resto del mondo. Pur occupandoci quotidianamente di mutui, della corretta applicazione di norme già esistenti, quali portabilità e estinzione senza costi per il cittadino, anche noi seguiamo con attenzione e preoccupazione l’evolversi della situazione internazionale. Con queste brevi considerazioni affrontiamo un problema che ci trascineremo nei prossimi anni.
L’economia statunitense, benché all’epoca già in crisi, ha ricevuto un bel colpo con l’episodio delle due torri. Che la guerra che ne è seguita ne sia la causa o l’effetto, è sicuro che qualsiasi guerra richiede grandi mezzi. Il dispiego di risorse per quella in corso ha arricchito poche cate-
gorie ma ha impoverito il resto del paese. Infatti, dal 2001 i consumi statunitensi sono costantemente diminuiti, tanto da costringere il troppo – ma solo ora – vituperato Greenspan a rispolverare Keynes.
Questo dimostra che per risollevare i consumi le leve possono essere solo tre. La prima e più ovvia è aumentare i salari. Ma questa cosa non piace alle imprese per ragioni ben comprensibili. Allora si possono aiutare le imprese con detassazioni e contributi. Ma ai tempi di Keynes non esisteva la globalizzazione, che ora invece farebbe in modo che l’impresa, intascati detassazioni e contributi, vada ad investirli all’estero, con salari cinesi. Pertanto anche questa strada va abbandonata. Resta la leva dei tassi, che infatti Greespan ha fortemente abbassato. In questo contesto il colpo di genio è stato questo: non possiamo aumentare i salari agli operai, ma possiamo renderli tutti più ricchi con il credito, che costa niente. E via con i mutui a tutti, finanziando anche le catapecchie a valore intero, anche se il mutuatario non sembra molto affidabile. Questa manovra ha messo in circolazione una massa incredibile di denaro creando artificialmente una vera pacchia. Molti osservatori ritengono che sia questa, e non altre, la vera ragione per cui gli americani hanno votato di nuovo Bush: non erano mai stati così ricchi come sotto la sua gestione.
Non contente, le banche hanno proposto le carte di credito revolving (dalle quali raccomandiamo di stare ben lontani), ma a tassi ben diversi. Infatti, il rischio, in queste operazioni, è più alto anche perché lo scopo era quello di mettere in condizione di spendere anche le persone senza reddito, senza lavoro e senza patrimonio. Ma allora le banche americane regalavano soldi? Non precisamente, perché i crediti verso mutuatari e portatori di carte erano stati a loro volta già
venduti: con la parola magica cartolarizzazione si è risolto il problema. Cioè i crediti sono stati trasformati in titoli, mescolati ad altri titoli di media qualità ottenendo un tasso medio appetibile (visto che i crediti verso i portatori di carte hanno un tasso elevato) e venduti in tutto il mondo. Il tutto è stato facilitato dal giudizio delle società di rating, di proprietà delle principali banche americane, le quali attribuivano a tali titoli la tripla AAA, nel momento in cui retrocedevano i titoli di stato italiani ad AA-. Il tutto è andato a gonfie vele fino a quando i
mutuatari, e soprattutto i portatori di carte, hanno smesso di pagare, come c’era da aspettarsi. Non ricevendo più cedole e rimborsi, i portatori dei titoli di cui sopra hanno capito che si trattava di spazzatura. Per evitare la crisi di tutti gli altri titoli del debito pubblico americano la Fed è intervenuta forse alla cieca sul tasso di interesse, aumentandolo e diminuendolo nevroticamente. Naturalmente il dollaro ne è uscito (ma ne è uscito?) con le ossa rotte e persino nel centro di New York (e non solo alle cascate del Niagara o al confine col Messico) ci sono cartelli in cui si annuncia che si accettano euro. Il dollaro si accetta giusto perché per legge ha valore liberatorio illimitato, ma chi può dettare le regole (petrolieri, modelle, sportivi famosi) vuole essere pagato in euro.
Come ne verrà fuori l’America? Siccome a tutto questo si aggiunge anche il problema dei derivati, che esploderà solo fra qualche anno, la Fed e la BCE hanno intelligentemente invitato le banche della propria area a procedere per tempo alla svalutazione nei loro bilanci, cosa che si tradurrà in minori dividendi e calo delle quotazioni, ma almeno il trauma sarà più sostenibile. E così le principali banche, assicurazioni e società di revisione di area statunitense hanno complessivamente svalutato per 100 miliardi di dollari, mentre il buco totale è stimato intorno a 1300 miliardi. Anche le banche italiane hanno provveduto a svalutare ma, per dare un’idea, Intesa San Paolo (forse la meno esposta) ha svalutato per 3 milioni di euro. Questo perché le nostre banche, accusate dagli americani di essere sparagnine e provinciali, continuano ad eseguire istruttorie con vecchie regole ed erogano quasi sempre crediti con il contagocce, anche se in realtà il problema mutui si comincia a sentire anche da noi, sebbene non con quella gravità vista oltre mare.


