Gli articoli dei lettori
Referendum in Italia: come, quando, perchè.
Proviamo a chiederci cosa abbia significato nella nostra storia l’istituto giuridico “referendum”.? Iniziamo dalla parola:“referendum” è una parola latina che significa “ciò a cui si deve rispondere”, ma anche “ciò che si deve proporre e giudicare”. A cosa si deve rispondere e giudicare? Dipende; in Svizzera i referendum hanno una casistica molto più larga, rispetto a quella italiana.
Perché ruolo, funzione, ambiti applicativi del referendum dipendono da cosa si intenda per “democrazia diretta”. Il referendum, infatti, è considerato da tutti gli studiosi di faccende politiche lo strumento principe della democrazia diretta, cioè di quel modo di organizzazione politica nella quale l’insieme dei cittadini decide direttamente, senza intermediari, come fare funzionare la comunità.
Bel metodo, che funziona egregiamente fino a che i componenti di una comunità sono alcune migliaia, abitano nel raggio di qualche km. e possono facilmente raggiungere una piazza, un mercato, una spianata dove ritrovarsi. Ma quando i kmq. aumentano, le persone, pure, il giochino non funziona più. Ce lo racconta la storia di Atene e di Roma, ma anche la Parigi della rivoluzione francese, il 1848 europeo, i soviet russi e via enumerando. Negli ultimi tre secoli, quando si è provato a fare funzionare gli stati (decine di milioni di persone, centinaia di migliaia di kmq.) con la democrazia diretta, poi si è sempre dovuto asciugare parecchio sangue.
Comunque nella Repubblica Italiana, i padri e le madri costituenti decisero di prevedere il referendum; ovvio, considerato che sull’atto di nascita della Repubblica c’è scritto:”referendum istituzionale del 2 giugno 1946” che fu decisamente un atto di democrazia diretta! Ma ci misero una bella fila di paletti; solo abrogativo; esclusione delle leggi tributarie, di bilancio , di indulto ed amnistia, dei trattati internazionali; almeno 500.000 elettori richiedenti; validità del risultato solo se partecipano al voto il 50% più 1 degli elettori aventi diritto. Poi previdero altre due referendum: a) la possibilità di un referendum confermativo, solo per modifiche costituzionali (art.138), e solo se le modifiche alla Costituzione non fossero state approvate con maggioranze “bulgare” (tre quarti dei parlamentari in due letture per ciascuna Camera); b) la possibilità di fondere due regioni o dividerne una, mentre province e comuni possono staccarsi da una regione ed associarsi ad un’altra (art.132).
Sta di fatto che il referendum abrogativo (art. 75), rimase solo una bella affermazione di principio fino a quando, alla metà degli anni sessanta, un gruppetto di “matti” (radicali, socialisti, liberali) non si mise in testa di introdurre anche in Italia il divorzio. Ci riuscirono, ma la Democrazia Cristiana (partito estinto come tutti quelli che allora esistevano), per non opporsi troppo al divorzio pretese che si facesse anche una legge per potere fare davvero dei referendum. La DC era sicura di eliminare per via referendaria la legge approvata in parlamento. Come finì, i lettori più anzianotti lo sanno; un pomeriggio di maggio del 1974 scoprimmo tutti che la maggioranza degli italiani, in materia di matrimonio e di famiglia, non la pensavano come parroci e vescovi desideravano. Nel giro di pochi anni ci fu una sbornia di referendum, su tutte le materie che non erano escluse dall’art. 75.
Tanto per dare i numeri, a partire dal 1974 si sono tenuti 59 referendum in quattordici tornate elettorali. E il più delle volte più di un referendum. Così nel 1978 se ne svolsero due (tra cui finanziamento ai partiti ed allora fu NO), nel 1981 cinque, (tra cui 2 sull’aborto che rimase) nel 1985 uno (scala mobile e fu sanzionata la sua morte), 1987 cinque (3 sul nucleare, commissione inquirente e giudici); tutti referendum che raggiunsero il quorum.Poi a partire dal 1990, le persone cominciarono a stancarsi di andare a votare “Sì” se non erano d’accordo con la legge e “NO” se la legge andava loro bene e i tre referendum di quell’anno non raggiunsero il quorum. Gli argomenti snobbati furono: uno sull’uso dei pesticidi e due sulla caccia. Così, quando nel 1991 ci si ritrovò tra i piedi un altro referendum, stavolta tutto politico, sulle preferenze per la Camera, l’allora segretario del PSI, Craxi, invitò gli italiani ad andare al mare; invece il 62,5 % degli elettori oltre che al mare andò anche ai seggi a votare SI nella percentuale “bulgara” del 94,5 %. Nel 1993 si tennero OTTO referendum, sulle materie più disparate; tutti con quorum e tutti SI .Stavolta il finanziamento pubblico ai partiti fu abrogato, unitamente ai ministeri delle Partecipazioni statali, del Turismo, della Agricoltura, alla legge sulle nomine delle Casse di risparmio, alle pene per l’uso delle droghe leggere e i controlli ambientali fatti dalle ASL: uno tsunami contro tutto ciò che sapeva di “vecchio ordine”. Nel 1995 l’ubriacatura raggiunse il punto massimo: DODICI referendum, ma il quorum si aggirò attorno al 55 % per ogni referendum (c’era di tutto: pubblicità televisiva, contributi sindacali, privatizzazione Rai, orari dei negozi, soggiorno cautelare dei mafiosi…) con abrogazioni e conferme. I successivi ventun referendum tenuti negli anni 1997, 2000, 2003, 2005 non hanno raggiunto il quorum, qualunque fosse la legge in ballo.
Indubbiamente i referendum hanno fatto “svoltare” l’Italia in più occasioni: divorzio, aborto, scala mobile, preferenza unica Camera, lo tsunami del 1993: rivelazioni o conferme, di come e quanto fosse cambiato il sentire culturale e politico.
Dal 1987 in poi i referendum sono diventati il tentativo di sostituirsi al Parlamento come legislatore,presentando quesiti che tendevano a “ritagliare” nuove leggi con sforbiciate abrogative di leggi esistenti. Questa linea politica è stata perseguita innanzitutto dai radicali, che hanno trovato vari “compagni di strada” nel corso degli anni. La Corte Costituzionale, però, ha impresso, referendum dopo referendum, un indirizzo giuridico assai rigido sulla possibilità di questi “ritagli” legislativi.
E’ ovvio collegare la progressiva diminuzione della affluenza ai referendum all’aumentato tecnicismo dei quesiti. Fino a un certo punto, però, perché quando Craxi disse apertamente che il referendum era una perdita di tempo, gli italiani “disobbedirono” vistosamente.
Per “disinnescare” l’aspetto, come dire, “svoltista” del referendum ha avuto maggiore successo la tecnica di ignorare il referendum, di affermare blandamente la propria posizione e insistere sulla libertà dell’elettore. Infine, last not least, la legge approvata a fine 2001 che regola il diritto di voto per gli italiani residenti all’estero ha aumentato di oltre due milioni il numero totale degli elettori e, di conseguenza, si è alzato il numero di votanti per raggiungere il quorum.
C’è un’altra caratteristica che i referendum hanno avuto: sono stati spesso “merce di scambio” tra i vari partiti. Siccome nella legge che regola le procedure per svolgere il referendum, si era stabilito che i referendum si possono svolgere solo nel periodo compreso tra il 15 aprile e il 15 giugno e che tra elezioni politiche e referendum DEVE intercorrere un intervallo di 365 giorni, i referendum sono stati usti per “ricattare” maggioranze e governi (o cambi quella legge o ti becchi il referendum), ma anche per fare sciogliere anticipatamente il Parlamento. E questo accadde fin dal primo: la legge sul divorzio divenne legge a fine dicembre 1970; le firme per abrogarla (una valanga) furono presentate all’inizio del 1971, ma il 7 maggio 1972 ci furono le elezioni anticipate, ergo il referendum si poteva tenere solo dopo 365 giorni e per il giochino delle date del periodo utile (15 aprile- 15 giugno), 365 giorni dopo voleva dire dopo il 15 giugno del 1973, quindi si votò nel 1974. T’è capì? E il giochino s’è ripetuto altre volte: qualcuno ricorda che nel 2008 si sarebbe dovuto tenere un referendum sulla legge elettorale?
Però nel 1987, anno in cui si tennero elezioni politiche anticipate, si sospese temporaneamente la legge istitutiva del referendum per tenere nel novembre 1987 la tornata di referendum. La cosa comica – o triste - è che sui referendum del nucleare TUTTI i partiti dicevano di votare SI (e allora perchè il Parlamento non fece il suo mestiere di legislatore e non modificò le norme sub-referendum?)
Nella costituzione non sono previsti referendum comunali, come si è visto. Da dove proviene la loro possibilità? Dal Decreto Legislativo 267/2000, che all’articolo 8 detta che “… Nello statuto (dei comuni n.d.r.) …Possono essere, altresì previsti referendum anche su richiesta di un adeguato numero di cittadini. “
I padri e le madri costituenti mai avrebbero pensato che si sarebbe arrivati a ciò; ma i 59 referendum tenutisi dal 1974 al 2005 hanno fatto entrare l’idea del referendum nelle teste degli italiani e percepire come giusto che un referendum si possa tenere a qualsiasi livello della vita sociale. E quando un’idea diventa sentire comune, come sempre accade, la legge si adegua.



….. troppe parole per esprimere un concetto sbagliato. unico intento demotivare la gente ad andare a votare, ed è sbagliato!! abbiamo uno strumento? utilizziamolo… e cerchiamo di non dimenticare come il 1° marzo 1946 venne approvato il progetto sulla costituente etc etc e venne approvato il progetto del referendum: MONARCHIA O REPUBBLICA. ANDATE TUTTI A VOTARE QUALSIASI SIA LA VOSTRA IDEA!!!!!